ARTICOLO 18, LA CONSULTA SI SCHIERA COL GOVERNO E BOCCIA IL REFERENDUM SUI LICENZIAMENTI FACILI


La Corte Costituzionale non ammette il quesito sull’abrogazione della norma sui licenziamenti contenuta nel Jobs Act. Per Renzi, un occasione in meno per far cadere il governo e spingere verso le elezioni anticipate. Per tutti quelli che non vogliono votare, un sospiro di sollievo

(di Francesco Cancellato – linkiesta.it)

Diciamolo sottovoce, ma diciamolo.Il merito della questione – il ripristino e l’estensione dell’articolo 18 – perlomeno tra gli addetti ai lavori con il fiato sospeso in vista della sentenza della Corte Costituzionale sull’ammissibilità o meno del referendum, interessava a pochi. Quel che interessava, semmai, era capire il riflesso che tale decisione avrebbe avuto sulla legislatura.

Avesse deciso per l’ammissibilità del quesito, infatti, la Consulta avrebbe di fatto offerto a Renzi il più comodo assist per far cadere il governo Gentiloni e riportare il Paese alle urne un anno prima della fine della legislatura. La road map era stata indicata proprio dal ministro del lavoro Poletti: subito elezioni politiche e slittamento del referendum all’anno seguente. In mezzo, una campagna elettorale in stile “Matteo contro le forze della conservazione e della restaurazione”.

Di converso, la decisione di oggi è un assist al partito della continuità della legislatura. Non decisivo, né tantomeno sufficiente a sminare il terreno dalle velleità elettorali di Renzi (e Salvini e Grillo). Sicuramente, però, un toccasana per tutti quelli che spingono affinché questo governo duri il più possibile, magari sino alla sua scadenza naturale.

La decisione di oggi è un assist al partito della continuità della legislatura. Non decisivo, né tantomeno sufficiente a sminare il terreno dalle velleità elettorali di Renzi (e Salvini e Grillo). Sicuramente, però, un toccasana per tutti quelli che spingono affinché questo governo duri il più possibile

Tra loro ci sono i nemici interni di Renzi – le minoranze del Pd, per comodità – che vorrebbero togliergli dalle mani anche la segreteria, magari coalizzandosi attorno al governatore pugliese Michele Emiliano. E poi gli “amici-tra-virgolette” come Dario Franceschini, capofila di AreaDem, la corrente più numerosa tra i parlamentari Pd e altro potenziale leader di un Partito Democratico post-renziano. E ancora, il presidente Sergio Mattarella e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Il primo, spaventato dalla prospettiva dell’ingovernabilità e di una vittoria del Movimento Cinque Stelle. Il secondo, dagli assalti a Mediaset dei francesi di Vivendi. In cuor suo, probabilmente, pure a Gentiloni (auguri di pronta guarigione!) non dispiacerebbe abituarsi all’idea di essere l’inquilino di Palazzo Chigi e di fare gli onori di casa alle celebrazioni dei settant’anni dal Trattato di Roma e al G7 di Taormina.

La partita è asimmetrica. Renzi per vincerla deve forzare la mano, creare le condizioni per intese istantanee e al momento improbabili, e incidenti ad hoc per rendere ancor più instabile il governo. Ai suoi avversari basta tirare a campare. Oggi hanno vinto loro. Domani chissà



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