Influenza shock 2018: 30 morti e 140 casi gravi


Fino a oggi 140 casi gravi di influenza confermata e 30 morti”. A evidenziare i dati provenienti dalla rete Influnet è un tweet del ministero della Salute, che ricorda: “Nella prima settimana del 2018 ancora un aumento del numero di casi di #influenza”, in tutto quasi 3 milioni “soprattutto nei giovani adulti e negli anziani. Verso il picco epidemico”.

“Siamo preoccupati – commenta all’Adnkronos Salute Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità – perché questi sono i dati di mortalità per influenza accertati, quelli cioè in cui l’influenza è stata identificata come causa determinante il decesso. A fine stagione avremo i dati sulle morti per le complicanze da influenza, che vengono registrate però come decessi per polmoniti, arresto cardiaco, ecc. E si stima siano diverse migliaia”.

Ricciardi precisa poi che “normalmente le morti si registrano nelle fasce più fragili come i malati cronici o di età avanzata, però ultimamente abbiamo avuto anche casi fra persone più giovani. E c’è stata una donna gravida con influenza grave che è finita in terapia intensiva. Anche per questo le donne dovrebbero eseguire la vaccinazione”. 

La ‘vera’ influenza si riconosce perché causa la presenza contemporanea di tre fattori: febbre elevata (più di 38 gradi) ad esordio brusco, sintomi sistemici come dolori muscolari/articolari e sintomi respiratori come tosse, naso che cola, congestione-secrezione nasale o mal di gola. «Questi sintomi perdurano per diversi giorni – aggiunge il virologo – e, nei soggetti più deboli, possono insorgere gravi complicanze, purtroppo a volte dall’esito addirittura fatale. Per tutte le altre patologie circolanti nei mesi invernali, si parla di infezioni respiratorie acute o sindromi parainfluenzali, ugualmente fastidiose, certo, ma non pericolose come può essere l’influenza per alcune categorie o fasce d’età».

«Gli anziani, anche se in buona salute, hanno una ridotta capacità di risposta agli stimoli antigenici ed è quindi importante scegliere per loro un vaccino in grado di potenziare la risposta immunitaria» – continua il Prof. Pregliasco. «Nei vaccini adiuvati, oltre all’antigene, cioè quella sostanza che è propria dei batteri o dei virus verso la quale dobbiamo innescare la difesa, contiene anche altre sostanze adiuvanti, che aiutano il sistema immunitario a reagire in maniera più efficace alla presenza del virus».

Tutto ciò è stato ampiamente confermato dalla ricerca scientifica, infatti il vaccino adiuvato viene utilizzato in circa 30 paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti d’America. Recentemente, anche il Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI) Inglese ha espresso parere positivo per l’utilizzo del vaccino trivalente adiuvato negli over 65 in Gran Bretagna a partire dalla stagione influenzale 2018-19.

Quest’anno inoltre si attendono dati molto simili alla scorsa stagione influenzale quando complessivamente 5 milioni di italiani sono stati messi a letto dal virus e circa il doppio (10 milioni) invece è risultato infettato dai virus parainfluenzali.

Un bambino in buone condizioni di salute è in grado di reagire al virus influenzale autonomamente o con il semplice supporto di terapie sintomatiche. L’infezione colpisce maggiormente i bambini e i giovani.

Sintomi
Per la diagnosi clinica di influenza nel bambino è importante considerare che i bambini più piccoli non sono in grado di descrivere la sintomatologia sistemica (cefalea, malessere generalizzato, sensazione di febbre, astenia) che invece si può manifestare con:
irritabilità
pianto
inappetenza

Inoltre:
1. nel lattante l’influenza è spesso accompagnata da vomito e diarrea e solo eccezionalmente da febbre
2. occhi arrossati e congiuntivite sono caratteristici dell’influenza nei bambini in età prescolare, in caso di febbre elevata
3. nel bambino di 1-5 anni la sindrome influenzale si associa frequentemente a laringotracheite e bronchite e a febbre elevata.

Vaccinazione
Ci sono bambini per i quali la vaccinazione non solo è utile come mezzo di prevenzione collettiva, ma è necessaria ai fini di una protezione individuale, in quanto, in caso di malattie, potrebbero più facilmente andare incontro a complicanze. Sono bambini affetti da:
• malattie croniche a carico dell’apparato respiratorio (inclusa l’asma persistente, la displasia broncopolmonare e la fibrosi cistica)
• malattie dell’apparato cardiocircolatorio, comprese le cardiopatie congenite e acquisite
• diabete mellito ed altre malattie metaboliche
• malattie renali con insufficienza renale
• malattie degli organi emopoietici ed emoglobinopatie
• neoplasie
• malattie congenite o acquisite che comportino carente produzione di anticorpi, immunosoppressione indotta da farmaci o da HIV
• malattie infiammatorie croniche e sindromi da malassorbimento intestinale
• patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici
• patologie associate ad un aumentato rischio di aspirazione delle secrezioni respiratorie (ad es. malattie neurologiche e neuromuscolari)
• bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale.
Inoltre, l’Ordinanza del 30 settembre, anche sulla base del parere del Consiglio Superiore di Sanità del 15 settembre 2009, indica specificamente tra i destinatari dell’offerta del vaccino pandemico:
• i bambini fino a 24 mesi nati gravemente pretermine
• quelli di età superiore a 6 mesi che frequentano l’asilo nido
• i minori che vivono in comunità o istituzionalizzati.

Terapia
Alcune regole generali su come e se somministrare i farmaci al bambino:
• per alleviare sintomi quali febbre, dolori articolari, malessere, tosse e raffreddore sono utili farmaci “sintomatici” ad effetto analgesico ed antipiretico che, come tutti i farmaci, vanno somministrati al bambino solo se prescritti dal pediatra che ha in cura il piccolo o comunque dal medico che ha visitato il piccolo paziente
• l’acido acetilsalicilico (aspirina) e i prodotti che contengono acido acetilsalicilico non vanno dati a bambini ed adolescenti al di sotto dei 12 anni
• tutti i farmaci vanno somministrati attenendosi scrupolosamente (come tempistica e posologia) alla prescrizione del medico
• cercare il più possibile (ove l’età lo consenta) di far coprire naso e bocca al bambino quando tossisce e di fargli lavare spesso le mani per prevenire la diffusione dell’influenza agli altri componenti della famiglia
• chiamare il pediatra se il piccolo manifesta effetti collaterali di qualsiasi tipo (ad esempio: nausea, vomito, eruzione cutanee, comportamento insolito)
Per quanto riguarda i farmaci antivirali, l’Ordinanza del 30 settembre 2009 recante “Misure urgenti in materia di protezione dal virus A(H1N1)” indica che, secondo il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità, l’uso di tali farmaci nei bambini e adolescenti deve essere limitato esclusivamente:
• ai bambini con sintomi influenzali appartenenti ai gruppi a rischio per gravi complicanze (con gravi patologie croniche cardiache, epatiche, renali, ematologiche, neuromuscolari, metaboliche, malattie infiammatorie croniche e sindromi da malassorbimento intestinali, immunodepressione congenita o acquisita (HIV), malformazioni congenite, paralisi cerebrale)
• ai bambini senza fattori di rischio, ma ricoverati in ospedale per sintomi gravi (dispnea, ipossia, alterazione del sensorio) attribuibili all’infezione da virus A(H1N1) per la chemioprofilassi,
• ai bambini a rischio di gravi complicanze, sopra indicate, non vaccinati, che abbiano avuto stretti contatti con persone infette.

Consigli per il trattamento dell’influenza a casa
Nei giorni in cui il bambino sta male:
• fatelo stare a casa per 7 giorni dall’inizio dei sintomi o per 24 ore dalla scomparsa dei sintomi, qualunque sia stata la loro durata
• fatelo bere abbondantemente liquidi non alcolici (acqua, brodo, succhi di frutta, spremute, frullati), per evitare la disidratazione
• lavate piatti e stoviglie in lavastoviglie o con acqua saponata ben calda
• gettate nella spazzatura, immediatamente subito dopo l’uso, fazzoletti di carta ed altri oggetti monouso, utilizzati dai piccoli pazienti e lavate (e fate lavare) accuratamente le mani con acqua e sapone dopo avere toccato questi o simili oggetti
• fate in modo che ciascuno nella vostra casa si lavi spesso le mani con acqua e sapone, specialmente dopo avere starnutito o tossito, anche i detergenti a base di alcool sono efficaci, in assenza di acqua e sapone
• evitare di toccare gli occhi, il naso e bocca: i germi (non solo i virus dell’influenza) possono diffondersi attraverso queste vie di ingresso.
Per quanto riguarda i lattanti, bisogna sottolineare che l’influenza può essere molto grave nei neonati, nei lattanti e nei bambini più piccoli e che i bambini non allattati al seno si ammalano più spesso e in forma più grave rispetto a quelli allattati al seno, che sono protetti dalle IgA secretorie abbondantemente presenti nel latte materno. Di conseguenza una delle cose migliori per il lattante ammalato è continuare ad allattarlo al seno. quindi:
• non smettere di allattare al seno se il bambino sta male; anzi, aumentare la frequenza delle poppate durante la malattia
• quando sono ammalati i bambini hanno bisogno di maggiori quantità di liquidi rispetto a quando stanno bene e il latte materno è per loro il miglior liquido, migliore di acqua, succhi di frutta o di integratori specifici a base di sali minerali, perché contiene anticorpi che aiutano a proteggere e rinforzare il sistema immunitario del piccolo
• se il bambino sta troppo male per succhiare, il latte, estratto con il tiralatte, può essere dato con il biberon, con un cucchiaino, una siringa o un contagocce.

Quando recarsi al Pronto Soccorso
Se si pensa che il proprio bambino presenti i sintomi dell’influenza si raccomanda di non andare
subito al Pronto Soccorso che è un presidio di emergenza e in quanto tale va utilizzato solo nei casi di estrema gravità. Potrebbe, al contrario, risultare controproducente portarvi un bambino senza una reale necessità perché lo potrebbe esporre ad altre infezioni.
E’ invece opportuno portare il bambino al Pronto Soccorso se manifesta uno dei seguenti segni o sintomi:
• respiro affannoso o difficoltoso
• colorito grigiastro o cianotico
• vomito grave e persistente
• torpore e assenza di interazione
• irritabilità persistente e irriducibile
• ricomparsa della febbre e peggioramento della tosse dopo un iniziale miglioramento dei sintomi influenzali
• non beve a sufficienza.

I norovirus sono molto resistenti nell’ambiente (72 ore dopo la guarigione nelle feci di soggetti che hanno presentato l’infezione),resistono inoltre alte temperature ed ai normali disinfettanti (resistono infatti a temperature superiori ai 60°C ed ai prodotti a base di cloro utilizzati per la disinfezioni delle acque). Per prevenire la diffusione sono quindi necessarie rigorose misure igieniche nella manipolazione e distribuzione di cibi e bevande.

 Che gli uomini e le donne siano diversi, tutti lo sanno. A parte le differenze nei caratteri sessuali primari e secondari, ci sono molte sottili differenze nel modo in cui il cervello degli uomini o quello delle donne processa le informazioni e controlla le emozioni, il linguaggio e i processi cognitivi. Si sa che gli uomini e le donne stimano diversamente il tempo, giudicano in modo differente la velocità, sono frequentemente -ma non sempre- diversamente abili nell’effettuare calcoli matematici, orientarsi nello spazio e visualizzare gli oggetti in tre dimensioni, campi in cui gli uomini sembrano avere maggiori capacità. D’altra parte, si sa che le donne sono spesso più brave degli uomini nella gestione delle relazioni umane e nel riconoscimento delle sfumature emotive, così come nel linguaggio verbale e nella pianificazione dei compiti. In un certo senso, le differenze di genere nel comportamento umano mostrano una complementarietà di tipo adattativo, con i maschi che mostrano maggiori abilità motorie e spaziali, e le femmine che tendono ad avere superiori competenze relazionali e sociali. Per molti anni si è ritenuto che l’ambiente, l’educazione e le differenze culturali avessero un peso maggiore, rispetto alla biologia e ai geni, nel determinare queste differenze. Tuttavia, soprattutto in considerazione del fatto che le differenze di genere sono già evidenti pochi mesi dopo la nascita, quando l’influenza sociale è ancora molto limitata, si è iniziato a pensare che queste differenze di comportamento e di attitudini tra uomini e donne possano anche essere la conseguenza di differenze neurofisiologiche e anatomiche tra il cervello maschile e femminile. Negli ultimi anni questa visione ha ricevuto molte evidenze a suo supporto, ma è anche stata, recentemente, inaspettatamente revisionata.

Il cervello è l’organo più complesso del nostro organismo. È formato da cento miliardi di neuroni che sono connessi tra loro attraverso oltre centomila miliardi di sinapsi, strutture cerebrali fondamentali che mediano il trasferimento di informazioni all’intero di reti neuronali, che a loro volta consentono il controllo di tutte le funzioni del nostro organismo. E’ possibile che questi circuiti, queste connessioni e, in generale, il cervello nel suo insieme differiscano in qualche modo tra maschi e femmine? Questa possibilità potrebbe avere una notevole rilevanza non solo per la ricerca in neuroscienze e per gli studi di tipo sociale, ma anche per la pratica clinica. E’ infatti noto che esistono differenze di genere anche nella suscettibilità e nella risposta alle diverse malattie del sistema nervoso. La malattia di Parkinson, per esempio, così come la sclerosi laterale amiotrofica, sono più comuni fra gli uomini, mentre la malattia di Alzheimer tende a colpire prevalentemente le donne. Ansia e depressione, o altre patologie come la sclerosi multipla, tendono a colpire maggiormente le donne. I meccanismi per cui alcune malattie si sviluppano più spesso nell’uno o nell’altro sesso restano in gran parte ancora da spiegare e certamente è molto importante che la ricerca tenga in considerazione questo tipo di evidenze. A supporto di ciò, il National Institute of Health negli Stati Uniti ha richiesto, a partire dal 1993, l’inclusione delle donne in studi clinici e dal 2014 ha reso obbligatoria l’inclusione delle femmine negli studi preclinici da esso finanziati (le quali vengono infatti spesso escluse dagli studi preclinici a causa delle fluttuazioni ormonali, che sono viste come un possibile fattore confondente che può causare eccessiva variabilità nei risultati). Passi come questi sono necessari non solo per capire in che modo differenze di sesso influenzino il nostro cervello, o per evidenziare come differenze di genere nel nostro cervello influenzino il nostro comportamento, ma sono richiesti per una medicina personalizzata anche in base al genere.
Negli ultimi 40 anni, un gran numero di studi post-mortem e di imaging ha indagato la possibile esistenza di differenze di genere nel cervello umano. Studi di neuroimaging strutturale hanno dimostrato che le dimensioni del cervello sono maggiori negli uomini che nelle donne: il cervello di un uomo pesa infatti di più di quello di una donna (1350 grammi contro 1200 grammi), ma se consideriamo il diverso peso corporeo nei due sessi le differenze tendono a normalizzarsi. Tuttavia esistono chiare differenze in alcune aree specifiche: il cervello degli uomini presenta un maggior volume, in proporzione, dell’ amigdala (il cosiddetto centro delle emozioni) e dell’ipotalamo (la struttura che controlla e integra le funzioni del sistema nervoso autonomo e l’attività endocrina). Al contrario, il cervello delle donne presenta maggiore volume della corteccia prefrontale (la regione implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nella presa delle decisioni e nella moderazione della condotta sociale), dell’ippocampo (che rappresenta il principale centro di controllo delle emozioni e di formazione dei ricordi), così come delle aree cerebrali devolute al controllo del linguaggio.
In accordo con queste evidenze di tipo anatomico, studi di risonanza magnetica (fMRI) hanno dimostrato l’esistenza di differenze funzionali nel cervello di uomini e donne. Per esempio si è visto che il cervello delle donne elabora il linguaggio verbale contemporaneamente nei due emisferi del cervello, mentre gli uomini tendono ad elaborarlo solo nella parte sinistra. Un’altra differenza emerge dallo studio dell’attivazione dell’amigdala, che abbiamo detto essere di maggiori dimensioni nell’uomo. Nell’uomo l’amigdala è attivata prevalentemente da stimoli che causano aggressività, innescando una conseguente risposta di tipo motorio. Nelle donne invece l’amigdala viene attivata soprattutto da sfumature di tipo emotivo. Poiché l’attivazione dell’amigdala favorisce l’immagazzinamento dell’esperienza a livello dell’ippocampo, le donne tendono a assorbire più efficacemente le informazioni a carattere sensoriale e a ricordare più degli uomini le esperienze di tipo emotivo. Inoltre le donne conservano più a lungo le informazioni sensoriali. Questa caratteristica è stata chiamata in causa in alcuni studi per giustificare, almeno in parte, la maggior suscettibilità femminile a patologie di tipo depressivo.
Uno studio pubblicato nel 2014 nella prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences da gruppi della Università della Pennsylvania e del Children’s Hospital di Philadelphia, condotto su 949 giovani di 8-22 anni ha dimostrato l’esistenza di differenze di genere fondamentali nel cervello umano. Studiando le connessioni cerebrali attraverso la tecnica del Diffusion Tensor Imaging (DTI), il gruppo ha dimostrato che il cervello maschile presenta prevalenti connessioni di tipo intra-emisferico, mentre il cervello femminile mostra elevate connessioni inter-emisferiche. Queste differenze, che appaiono evidenti già durante l’adolescenza e nei giovani adulti, suggeriscono che il cervello maschile possa essere strutturato in modo da favorire la connessione tra percezione e azione coordinata, mentre la maggior connettività tra i due emisferi nelle femmine tenderebbe a facilitare la relazione tra l’elaborazione delle informazioni a livello analitico, tipica dell’emisfero sinistro, con l’analisi intuitiva, tipica dell’emisfero destro. Il cervello maschile dimostra inoltre una maggiore connettività a livello del cervelletto, una parte del cervello legata al controllo dei movimenti.
A cosa possono essere ascrivibili queste differenze? E’ noto che l’ambiente ormonale prenatale contribuisce allo sviluppo delle differenze tra i due sessi ed è noto che gli ormoni possono anche influenzare il diverso sviluppo strutturale del cervello maschile e femminile. Le differenze in dimensioni di amigdala e ippocampo nel cervello di uomini e donne appaiono in linea con alcune osservazioni che indicano una maggiore densità dei recettori per gli androgeni (ormoni maschili) nell’ amigdala rispetto a più elevati livelli di recettori per gli estrogeni (ormoni femminili) nell’ippocampo. Inoltre, lo sviluppo fetale dei due sessi è controllato dai livelli di testosterone, che si innalzano già a partire dalla ottava settimana di gestazione ed esercitano una influenza permanente sullo sviluppo del cervello. In accordo con l’ipotesi che la presenza di androgeni nei primi anni di vita produca un cervello “di tipo maschile”, giovani donne che sono state esposte ad alti livelli di testosterone in seguito a iperplasia surrenalica congenita nella madre durante la gravidanza sembrano avere una migliore consapevolezza spaziale, tipica del maschi, e sono più propense a mostrare un comportamento più turbolento e aggressivo.
Esistono ragioni evolutive alla base questa differenza di genere nella struttura e funzione del cervello? Secondo il Prof. David Geary, un ricercatore nel campo delle differenze di genere dell’Università del Missouri, nei tempi antichi, ciascun sesso ha avuto un ruolo ben definito, che ha contribuito a garantire la sopravvivenza della specie. Gli uomini delle caverne si dedicavano alla caccia, mentre le donne raccoglievano il cibo vicino alle abitazioni e curavano i bambini . Le aree del cervello possono quindi essere state affinate per consentire a ciascun sesso di portare avanti il loro compito nella maniera migliore. In termini evolutivi, lo sviluppo di superiori abilità di orientamento può aver permesso agli uomini di ottimizzare il loro ruolo di cacciatore, mentre lo sviluppo, da parte delle femmine, di una preferenza per i punti di riferimento e per le relazioni sociali può aver permesso loro di adempiere meglio al loro compito di raccogliere cibo e organizzare il gruppo familiare. Esistono tuttavia punti di vista di tipo diverso. Un interessante ipotesi, sostenuta per esempio da Geert J. de Vries, direttore dell’Istituto di Neuroscienze della Georgia State University, suggerisce che, se anche alcune differenze strutturali nel cervello di maschi e femmine possano causare differenze nella funzione, in altri casi queste differenze strutturali potrebbero esistere per garantire che la funzione sia simile in maschi e femmine. In altre parole, alcune differenze di genere riscontrate nel cervello potrebbero compensare le differenze fisiologiche dovute ai diversi livelli di ormoni gonadici e alla diversa espressione di geni legati al sesso. che, se lasciate incontrollate, potrebbero addirittura essere disadattive e dannose.
Ma alla fine, è davvero così diverso il cervello di uomini e donne? Quando si parla di “cervello femminile” o “cervello maschile” si assume che le differenze di genere nel cervello presentino un elevato grado di dimorfismo (cioè poca sovrapposizione tra le forme maschili e femminili) e siano internamente coerenti (cioè un cervello abbia solo caratteristiche “maschili” o “femminili”). In realtà, uno studio dell’Università di Tel-Aviv, del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences a Lipsia e del Dipartimento di Psicologia a Zurigo, basato su analisi di risonanza magnetica condotte su oltre 1.400 cervelli umani e pubblicato nel 2015, ha rivelato una vasta sovrapposizione tra le distribuzioni delle caratteristiche del cervello di femmine e maschi. In altre parole, cervelli con caratteristiche costantemente maschili o femminili sono rari. Piuttosto, la maggior parte dei cervelli è formata da un “mosaico” di caratteristiche uniche, alcune più comuni nelle femmine, altre più comuni nei maschi, ma sempre condivise, almeno entro una certa misura. Pertanto, anche se ci sono differenze di genere nella struttura del cervello, quasi mai il cervello umano rientra in una delle due classi distinte, quella tipicamente maschile e quella tipicamente femminile, mostrando invece una alta eterogeneità e una enorme sovrapposizione di caratteristiche
nella composizione specifica di tale mosaico. A livello sociale, l’adozione di una visione che riconosce variabilità e diversità nel cervello umano ha importanti implicazioni per il significato del genere come categoria sociale.
Quindi, alla fine, se anche uomini e donne sono certamente diversi, anche a livello cerebrale, questa differenza si manifesta in tanti modi sottili e alla fine le nostre somiglianze probabilmente superano di gran lunga le nostre differenze.



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