Pensioni Ultime novità, momenti duri per i pensionati: scatta la trattenuta sull’assegno importo annuo


Giunto il nuovo anno si continua a parlare di pensioni e ciò che ci si chiede è se effettivamente ciò che era stato anticipato e promesso nel corso del 2016, verrà davvero mantenuto. Le ultime notizie confermano in effetti due importanti appuntamenti per i pensionati italiani; proprio nei giorni scorsi la Consulta pare si sia pronunciata ben due volte, e nello specifico una prima volta sulla nuova consultazione popolare proposta dalle forze sociali sulla nuova norma sull’occupazione del precedente esecutivo ed una seconda volta sul sistema di voto. Purtroppo non sembrano esserci delle novità tanto positive, visto che in seguito al commissariamento degli istituti per mancanza del precedente esecutivo si potrebbero bloccare le tante novità per le pensioni tanto annunciate nel corso dei mesi scorsi. Purtroppo le cattive notizie non finiscono qui, visto che la situazione esistente delle pensioni potrebbe addirittura peggiorare.

Nei prossimi giorni, dunque, dovranno essere prese delle decisioni piuttosto importanti, e nello specifico il Governo dovrà decidere cosa fare, come e quanto rendere effettive le novità pensate per le pensioni tra il mese di gennaio e quella di febbraio. Da quanto fino ad ora anticipato, si può ben capire che non sarà un 2017 semplice per i pensionati e se da un lato vi è il cambiamento del calendario dei pagamenti che darà il via all’erogazione del denaro il primo giorno utile del mese e non più il primo bancabile come previsto dal decreto legge del 21 maggio 2015, dall’altro sembra arrivare l’ennesima batosta. Sembra che dal prossimo mese di febbraio scatterà una trattenuta sull’assegno; ciò significa che l’Inps bloccherà lo 0,1 per cento della pensione annua. In termini di numeri, la trattenuta inciderà in tal senso, ovvero 13 euro per una pensione di mille euro ma i pensionati comunque ne risentiranno ancora di più, visto che le aspettative erano ben altre, ovvero degli aumenti sulle pensioni e non di certo l’ennesima trattenuta.

Intervenuto sulla questione il sindacato dei pensionati della Cgil, che attraverso una nota ha fatto sapere: “In questo modo, tutte le pensioni avranno una perdita di valore. Nel caso di una pensione al minimo la perdita sarà di 6,50 euro all’anno e di 13 euro per una da 1.000 euro. Cifre che possono sembrare di poco conto ma che incidono in particolare sulle pensioni basse per le quali qualche euro in più o in meno al mese fa la differenza”. Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi- Cgil, proprio nelle scorse ore ha ricordato che già dallo scorso anno i pensionati italiani avrebbero dovuto restituire allo Stato lo 0,1%, ma si decise di congelare la restituzione in attesa della ripresa economica, per evitare di penalizzare i pensionati. Dunque, anche per questo anno non ci sarà nessun aumento ma soltanto una trattenuta dello 0,1%.

Mancano ormai pochi giorni all’arrivo del nuovo anno e tra le tante preoccupazioni degli italiani sembrano esserci quelle relative alla riforma pensioni. Dopo la crisi che ha colpito l’Italia dal punto di vista politico, in seguito alle dimissioni di Matteo Renzi e dopo la formazione del nuovo Governo Gentiloni, gli italiani sembrano essere sempre più preoccupati per il futuro del paese, ed in tanti si chiedono cosa ne sarà della riforma pensioni tanto discussa nell’ultimo anno. Ebbene a tranquillizzare gli italiani ci ha pensato direttamente il premier Gentiloni il quale negli ultimi giorni ha voluto sottolineare che tra gli obiettivi primari del governo resta il completamento delle riforme e dunque anche quella delle pensioni. Sembra proprio che Gentiloni, nel corso di un suo intervento al Senato, abbia delineato quelle che saranno le priorità del prossimo anno, sottolineando ancora che il nuovo governo dovrà essere all’insegna della responsabilità e dovrà completare, come già abbiamo anticipato, l’opera di innovazione e di riforme che era stata avanzata negli anni precedenti dal governo Renzi. Ricordiamo che le riforme previdenziali di pensioni anticipate, approvate dalla legge di bilancio 2017, tra cui la quota 41 per i precoci dovrebbero dunque essere assicurate.

La Quota 41, è dedicata ai lavoratori precoci, e nello specifico questa misura permette al lavoratore di anticipare l’uscita dal mondo del lavoro, per gli uomini di almeno 1 anno e per le donne di 10 mesi. Come abbiamo già avuto modo di anticipare in diverse occasioni, è stato reso noto nelle ultime settimane che purtroppo la Quota 41 non potrà essere concessa a tutti, ma requisito essenziale sarà l’ aver maturato almeno 12 mesi contributivi, ma anche non continuativi prima dei 19 anni di età o quello di rientrare in una delle categorie considerate disagiate, ovvero essere disoccupati senza ammortizzatori da almeno tre mesi e/o essere invalido al 74%. Intanto iniziamo col dirmi che,  il lavoratore precoce è colui il quale ha versato nel corso della sua vita contributi effettivi anche se non in maniera continuata, per almeno 12 mesi antecedenti il compimento del diciannovesimo anno di età, ma per poter beneficiare di questa misura ovvero della Quota 41, il beneficiario dovrà anche essere in possesso di altri requisiti ovvero:
– aver versato 41 anni complessivi di contributi;
– aver compiuto 57 anni di età se lavoratore dipendente o 58 anni di età e autonomo;
– aver presentato tutti i requisiti  entro il quarto trimestre del 2015.

Inoltre secondo quanto stabilito dall’articolo 1, comma 199 della legge di bilancio 2017, la  misura Quota 41, sarà attribuibile al lavoratore che rientrerà nelle seguenti categorie ovvero:
disoccupati con almeno 30 anni di contributi, i quali però non devono percepire alcun tipo di ammortizzatore sociale da almeno tre mesi ed il cui rapporto di lavoro sia cessato o per giusta causa o per licenziamento collettivo o per risoluzione consensuale nell’ambito di una procedura di conciliazione;
lavoratori con almeno 30 anni di contributi che risultino invalidi almeno al 74%;
– lavoratori con almeno 30 anni di contributi che abbiano accudito per almeno sei mesi un familiare disabile grave convivente;
lavoratori che abbiano versato almeno 36 anni di contributi e che abbiano almeno 6 anni di vita lavorativa relativa ad attività gravose, come operai dell’edilizia, delle industrie estrattive, del settore conciario, macchinisti, maestre d’asilo, personale viaggiante, infermieri, camionisti, spazzini, facchini,  assistente delle persone non autosufficienti, camionisti e addetto alle pulizie.

 Intanto dall’Istat quando sapere che il numero dei pensionati è sempre più basso, e nello specifico tra il 2014 e il 2015, il numero è calato di 80 mila unità dal momento che i nuovi sono di di numero inferiore rispetto a quelli scomparsi. Di contro sembrano essere però in aumento alle pensioni sociali e quelle di invalidità civile. “Le pensioni di vecchiaia rappresentano il 59% del totale delle pensioni erogate al Nord e solo il 40,3% di quelle del Sud. Per le pensioni di invalidità totali l’incidenza al Mezzogiorno è invece circa il doppio di quella rilevata nelle regioni del Nord: 8,3% contro 3,8% per le pensioni di invalidità ordinaria; 20,3% contro 10,7% per quelle di invalidità civile”, spiega l‘Istat. 

A partire dal 2018 la pensione di vecchiaia si conseguirà al raggiungimento di 66 anni e sette mesi di età. Uno dei passaggi più importanti messi in atto dalla Riforma Monti-Fornero (legge 201/2011)è stato quello di uniformare i requisiti di accesso sia per le lavoratrici, sia per i lavoratori, a prescindere dal settore di impiego (pubblico, privato o di lavoro autonomo). In questo contesto il 2017 si presenta come l’ultimo anno di transizione dove sono presenti leggere differenze. I lavoratori dipendenti del pubblico e del privato e gli autonomi, nonché le donne del settore pubblico, accedono alla pensione con 66 anni e sette mesi. Alle lavoratrici dipendenti del settore privato sono richiesti, invece, 65 anni e sette mesi, mentre alle autonome occorrono 66 anni e un mese.

Tutti questi requisiti sono stati, e saranno, aggiornati agli adeguamenti legati alla speranza di vita. L’ultimo adeguamento è stato applicato il 1° gennaio 2016 e avrà validità fino a tutto il 2018, mentre dal 2019 gli adeguamenti saranno effettuati con cadenza biennale. Oltre al requisito anagrafico deve risultare soddisfatto quello contributivo. Sono richiesti – di norma – almeno venti anni di contribuzione (o assicurazione) a qualsiasi titolo versata o accreditata in favore dell’assicurato.

Vecchiaia contributiva
Queste sono le regole generali, ma esistono delle eccezioni. Per i lavoratori a cui è applicabile il sistema contributivo puro – cioè che sono privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 – la pensione di vecchiaia è liquidata alle condizioni su esposte purché il primo importo di pensione non risulti essere inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale. Per il 2017 il valore corrispondente è pari a 672,11 euro. In caso contrario, il rapporto di lavoro dovrà proseguire fino a quando non sarà raggiunto il valore minimo indicato. Qualora tale importo non dovesse risultare soddisfatto, la pensione di vecchiaia sarà pagata – sempre con riferimento ai soggetti con tributivi puri – con 70 anni di età e cinque anni di contribuzione effettiva.
Il requisito anagrafico dei 70 anni deve essere adeguato agli incrementi legati alla speranza di vita, pertanto, per il triennio 2016/2018, sono richiesti 70 anni e 7 mesi. Ai fini dell’anzianità contributiva dei cinque anni è utile solo la contribuzione effettivamente versata (obbligatoria, volontaria da riscatto) con esclusione di quella accreditata figurativamente a qualsiasi titolo.
Altre prestazioni legate all’età
Al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, alcune prestazioni vengono trasformate. È il caso dell’assegno ordinario di invalidità, che viene trasformato d’ufficio in pensione di vecchiaia al compimento dell’età anagrafica prevista nelle singole gestioni assicurative in presenza dei prescritti requisiti di assicurazione e contribuzione a condizione che gli interessati abbiano cessato il rapporto di lavoro dipendente.
I nuovi e più elevati requisiti anagrafici impattano anche sulla liquidazione della pensione supplementare e dei supplementi di pensione, istituti che potrebbero sembrare sinonimi, ma non lo sono.
La pensione supplementare viene liquidata, a domanda dell’interessato, quando la contribuzione accreditata nell’assicurazione generale obbligatoria (Ago) non è sufficiente a perfezionare il diritto a un’altra pensione con i requisiti contributivi normalmente richiesti. Per l’erogazione, il lavoratore deve essere già titolare di una pensione a carico di un fondo sostitutivo, esclusivo o esonerativo dell’Ago stessa. Deve aver compiuto l’età pensionabile prevista per la pensione di vecchiaia nel fondo dove si chiede la pensione supplementare e deve risultare cessato il rapporto di lavoro dipendente.
II supplemento di pensione rappresenta, invece, un incremento della pensione che viene liquidato sulla base di ulteriore contribuzione relativa a periodi successivi all’erogazione della pensione principale. In altri termini, il lavoratore che – acquisito lo status di pensionato – riprende l’attività lavorativa versando ulteriore contribuzione presso lo stesso fondo. I supplementi possono essere richiesti dopo cinque anni dalla data di decorrenza della pensione (o del precedente supplemento), purché sia stata compiuta l’età prevista per la pensione di vecchiaia prevista nelle relative gestioni. Una sola volta il supplemento può essere richiesto dopo due anni dalla decorrenza della pensione o del precedente supplemento. Anche in questo caso occorre aver raggiunto l’età prevista per la pensione di vecchiaia. Per i supplementi nella gestione separata dell’Inps non è richiesto il compimento dell’età pensionabile.

Decorrenza
La pensione di vecchiaia decorre dal primo giorno successivo a quello di compimento del requisito anagrafico, sempreché siano soddisfatti anche i requisiti contributivi minimi. Nel caso delle gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria (ex Inpdap, ex Ipost, ex Fs) la decorrenza può essere infra mensile, dal giorno seguente a quello di compimento dell’età.
Dal 2012 non è più applicato il differimento tra la maturazione del diritto e la riscossione del primo assegno (finestra mobile). Nel caso in cui non dovessero risultare soddisfatti i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva, la pensione risulterà differita al primo giorno del mese successivo a quello in cui i requisiti vengono raggiunti.
Requisiti contributivi
In deroga al vincolo dei venti anni di contribuzione, l’Inps ha avuto modo di precisare che continuano ad operare alcune deroghe previste della riforma Amato del 1992. Quindi coloro i quali hanno perfezionato 15 anni di assicurazione e di contribuzione entro il 31 dicembre 1992 continuano ad accedere alla pensione di vecchiaia con tale requisito contributivo, fermo restando il perfezionamento dei nuovi e più elevati requisiti anagrafici. I contributi figurativi, da riscatto e da ricongiunzione riferiti a periodi che si collocano entro il 31 dicembre 1992 devono essere valutati anche se riconosciuti a seguito di una domanda successiva a tale data. Tale deroga è applicata anche per il personale iscritto alla gestione dipendenti pubblici.
Accedono con quindici anni di contribuzione anche quei lavoratori che sono stati ammessi alla prosecuzione volontaria dei contributi entro il 26 dicembre 1992. Non è richiesto che l’assicurato ammesso alla prosecuzione volontaria abbia effettuato versamenti anteriormente a tale data. Anche in questo caso si applicano i nuovi requisiti anagrafici.
Invalidi e non vedenti
Ulteriori deroghe sono previste anche per il personale non vedente, nonché per gli invalidi in misura non inferiore all’80%, che continuano ad accedere alla pensione di vecchiaia con i requisiti vigenti alla data di entrata in vigore della riforma Amato del 1992. Però tali lavoratori scontano ancora la finestra mobile (12 mesi se dipendenti, 18 mesi se autonomi) e i requisiti anagrafici risentono comunque degli adeguamenti legati alla speranza di vita. I lavoratori non vedenti che siano tali dalla nascita o da data anteriore all’inizio dell’assicurazione e di contribuzione dopo l’insorgenza dello stato di cecità conseguono la pensione con 55 anni mentre le donne con 50. Agli autonomi sono richiesti 60 anni, alle autonome 55 anni. In questi casi servono dieci anni di assicurazione e di contribuzione. Per i lavoratori dipendenti non vedenti che non si trovano nelle condizioni sopra esposte, sono richiesti – in via generale – 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne. Stessi requisiti anche per gli invalidi non inferiore all’80 percento. Per i lavoratori autonomi non vedenti che non si trovano nelle condizioni sopra esposte, sono richiesti – in via generale – 65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne. In questi casi il requisito contributivo minimo è pari a quindici anni di assicurazione e contribuzione. Le deroghe previste in favore degli invalidi in misura non inferiore all’80% non si applica agli iscritti ai fondi esclusivi dell’Ago.
Assegno sociale
Il 2017 rappresenta, inoltre, l’ultimo anno nel quale sarà possibile accedere all’assegno sociale con 65 anni e 7 mesi. Infatti, dal 1° gennaio 2018 il requisito sarà innalzato ed equiparato ai requisiti richiesti per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi).
Si ricorda che l’assegno sociale è una prestazione economica, erogata a domanda, in favore di cittadini italiani (o stranieri comunitari) che si trovano in condizione di bisogno. La residenza deve essere effettiva, stabile e continuativa per almeno dieci anni nel territorio nazionale. È erogato provvisoriamente e con verifica del possesso dei requisiti reddituali. Non è reversibile ai familiari superstiti ed è inesportabile all’estero. Se il titolare soggiorna all’estero per più di trenta giorni, viene sospeso. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione viene revocata.
L’assegno sociale non è soggetto a Irpef ed è pagato per tredici mensilità. L’importo per il 2017 è pari a 448,07 euro. Per i pensionati non coniugati spetta se il reddito annuo personale non è superiore a 5.824,91 euro, mentre nel caso di pensionato coniugato il reddito familiare non deve risultare superiore a 11.649,82. In presenza di redditi inferiori a tali soglie, l’assegno viene erogato in forma ridotta. In assenza di redditi l’assegno è erogato in misura intera.



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