Psicosi gasolio sporco: ecco cosa è successo


“Eni conferma che il gasolio spedito dalla raffineria di Taranto rispetta tutti i requisiti di qualità previsti, per cui si esclude categoricamente che le presunte anomalie possano essere imputabili alla raffineria”.

È condensato in queste righe il messaggio dell’Eni che respinge al mittente qualsiasi accusa circa possibili problemi avvenuti nei processi di raffinazione del greggio ed assicura: “Sono tuttora in corso approfondimenti sulla catena di distribuzione a valle per accertare le cause dei disservizi subiti”.

Ed è così scattata la psicosi collettiva con notevoli pesanti danni ai rifornimenti Centinaia di automobilisti sono rimasti bloccati e costretti a chiedere soccorso ad un carro attrezzi per portare l’auto da un meccanico. Nella zona di Lecce, diverse officine di riparazione non accettano più clienti per le richieste che superano anche i sette giorni. C’è chi sta rinunciando a usare il mezzo per il momento in attesa di capire quali pompe siano state contaminate. Intanto sono già partiti gli esposti alla Procura dalle associazioni a difesa dei consumatori. Parallelamente si muovono gli inquirenti e gli investigatori.

In Procura è stato aperto un fascicolo d’indagine con l’accusa di frode mentre la Finanza prosegue con i controlli a tappeto sui distributori dopo le segnalazioni dei cittadini. Sono stati effettuati dei campionamenti prelevando del combustibile e inviando i campioni all’ex Utif dove gli esperti del Ministero delle Finanze stanno esaminando l’olio combustibile. I risultati verranno comunicati nei prossimi giorni. Complessivamente sono stati ispezionati una ventina di distributori: in tre casi hanno proceduto ad un controllo fiscale e in dodici punti hanno prelevato carburante per sottoporlo ad analisi per cercare di risalire alle responsabilità.

Raffinazione Gasolio

Il petrolio, noto anche come oro nero, è un miscuglio liquido costituito da numerosi componenti, che possono anche essere solidi o gassosi. Il petrolio, a seguito di filtrazioni attraverso le rocce porose e a processi di risalita verso l’alto (dovuti alla sua densità che è inferiore a quella dell’acqua), tende a raccogliersi e a rimanere intrappolato in strati impermeabili del terreno, formando i giacimenti. Allo stato naturale il petrolio è detto anche greggio e non ha oggi impieghi pratici, ma dalla sua raffinazione è possibile ottenere materiali fondamentali per la vita quotidiana, come per esempio i combustibili che alimentano la maggior parte dei nostri mezzi di trasporto.

La raffinazione del greggio fornisce anche sostanze che sono importanti materie prime per l’industria petrolchimica, necessarie per la produzione fra l’altro di materie plastiche, vernici, detersivi, fibre sintetiche e gomme. La raffinazione del greggio è effettuata nelle raffinerie, strutture industriali molto complesse. La distillazione del petrolio greggio rappresenta la prima fase del processo di raffinazione. Nell’impianto di distillazione il greggio, riscaldato fino a 350 °C circa, viene introdotto nella parte inferiore della colonna, a pressione ambiente. La colonna di distillazione è costituita da una serie di piatti, dotati di una particolare struttura a campanelle per favorire lo scambio di calore tra il vapore che sale gorgogliando e il liquido che scende. I piatti sono mantenuti a temperature decrescenti verso l’alto e su ciascun piatto condensano i componenti che hanno temperature di ebollizione prossime alla temperatura del piatto stesso, determinando così il frazionamento voluto. Il contenuto dei piatti viene continuamente prelevato, dando origine alle diverse frazioni, o tagli, del processo di distillazione: la benzina leggera e pesante, il cherosene, il gasolio, gli oli lubrificanti. La frazione più pesante del greggio che non raggiunge la temperatura di ebollizione si raccoglie sul fondo della colonna e costituisce il residuo semisolido, ad alta viscosità, detto bitume.

La raffinazione è l’attività produttiva di trasformazione del greggio in una serie di prodotti petroliferi, in parte pronti per l’utilizzo finale (benzina, gasolio, olio combustibile), in parte impiegati da altre industrie (ad esempio la chimica), in vista di ulteriori lavorazioni. La raffinazione si configura come un’attività di processo in cui l’impiego di una materia prima sostanzialmente, anche se non del tutto, indifferenziata consente di ottenere una molteplicità di prodotti, sulla base di specifiche relazioni di natura tecnica. Le produzioni sono di tipo congiunto e le tecnologie di processo sono ormai da tempo generalmente note e diffuse, oltreché perfezionate nelle loro principali caratteristiche. I processi di raffinazione possono essere divisi, sostanzialmente, in due categorie. La prima corrisponde alla attività di distillazione del greggio e, in generale, alle fasi di trattamento iniziale a cui viene sottoposto il petrolio per l’ottenimento delle principali frazioni (butano e altri gas leggeri, benzina greggia, nafta, cherosene, gasolio, prodotto residuo o olio combustibile per l’industria) da inviare alle fasi successive di lavorazione.

La seconda categoria comprende, invece, i processi di valorizzazione, utilizzati per migliorare la qualità e il valore dei prodotti intermedi derivanti dalla fase di trattamento iniziale del greggio. Nell’ambito di questa ultima categoria, sono classificabili i cosiddetti processi di conversione (quali il cracking catalitico, l’hydrocracking, il visbreaking), che consentono di trasformare alcuni distillati intermedi in prodotti medi e leggeri e i processi (quali il reforming catalitico) che, pur non consentendo di frazionare ulteriormente i derivati dai processi a monte, ne migliorano la qualità (in termini, ad esempio, di contenuto di zolfo o di numero di ottani).

I singoli processi sono parzialmente sostituibili fra loro, nel senso che è possibile utilizzarne alternativamente uno, o un gruppo, rispetto a un altro, in base a scelte di tipo strategico concernenti la gamma di derivati del greggio che si vogliono produrre. Anche il tipo di greggio utilizzato come materia prima influenza il tipo e la gamma di prodotti ottenuti dalla raffinazione. Ad esempio, un raffinatore, selezionando un gruppo fra i processi disponibili e lavorando greggi leggeri, può limitare al massimo la produzione delle cosiddette frazioni pesanti. Nel caso di utilizzo di greggi pesanti, invece, tramite la predisposizione di processi alternativi, lo stesso raffinatore può ottenere dalle frazioni pesanti oli lubrificanti piuttosto che bitume. Le scelte riguardanti la configurazione della raffineria, in termini di gruppo di processi prescelti e di infrastrutture predisposte a monte e a valle delle varie fasi di raffinazione (i depositi, ad esempio), sono modificabili solo nel medio periodo, in considerazione soprattutto dei sensibili costi di riconversione della struttura della stessa raffineria. In termini economici, l’esistenza di processi di produzione congiunta, nell’ambito di ogni raffineria, rende problematica l’individuazione di una struttura dei costi e dei margini per ogni singolo prodotto. Inoltre, il confronto della struttura dei costi fra le diverse raffinerie è altrettanto arduo, in considerazione del fatto che praticamente ogni impianto, anche a parità dei processi adottati e delle sue dimensioni, presenta una configurazione tecnica complessiva che lo differenzia dagli altri .

Il principale fattore per la localizzazione di una raffineria è rappresentato, storicamente, dalla prossimità con il mercato di sbocco, piuttosto che dalla vicinanza ai giacimenti petroliferi. Ciò poiché è meno costoso trasportare il greggio che i prodotti raffinati, a causa della necessità di utilizzare differenti mezzi di trasporto e strutture di stoccaggio per ogni singolo prodotto raffinato (o almeno per gruppi di prodotti omogenei). Questa caratteristica dell’attività di raffinazione ha favorito lo sviluppo in ciascun paese, soprattutto in quelli industrializzati, di un sistema di raffinazione capace di servire, sostanzialmente, l’intera domanda nazionale. L’interscambio commerciale fra paesi industrializzati, in tal modo, pur soddisfacendo una parte importante dei consumi di ciascun paese3 , ha sempre avuto carattere residuale. La sovraccapacità produttiva presente su scala europea negli anni recenti, comunque, ha fatto, almeno parzialmente, venir meno la necessità per ogni paese di essere completamente autosufficiente nel settore della raffinazione rispetto ai consumi interni.

In questo quadro, nell’ambito dei paesi industrializzati, il commercio di prodotti finiti è stato influenzato dall’esistenza di asimmetrie tra paesi riguardo ai processi produttivi, alle abitudini di acquisto e alle regolamentazioni legislative (specialmente in materia ambientale). Questi fattori hanno indotto i singoli Stati a privilegiare alcune produzioni rispetto ad altre. Al riguardo, un esempio significativo è costituito dall’importanza relativa assunta in Italia dall’olio combustibile utilizzato a fini termoelettrici, ben superiore rispetto ad ogni altro paese europeo, che ha comportato la necessità di importare su larga scala questo prodotto, in aggiunta ai quantitativi ottenuti dalle raffinerie nazionali. Le notevoli economie di gamma che caratterizzano l’attività di raffinazione hanno favorito la diffusione di grandi imprese che producono contemporaneamente tutti, o quasi tutti, i prodotti petroliferi e che, al fine di ottimizzare le produzioni, sono spesso verticalmente integrate nei settori a valle della logistica e della distribuzione dei prodotti raffinati, oltre che nella petrolchimica. L’industria della raffinazione ha affrontato, a livello europeo, nel corso degli anni Ottanta, un severo processo di ristrutturazione, dettato dall’esigenza di razionalizzazione dell’offerta, emersa in seguito agli shock petroliferi. Il numero delle raffinerie attive nell’area dell’Europa dei dodici è sceso fra il 1980 e il 1996 da 141 a 93.

Nello stesso periodo, la capacità di distillazione primaria è diminuita di oltre un terzo, passando da 920 a 595 milioni di tonnellate annue. Il processo di ristrutturazione, tuttavia, non deve considerarsi ancora del tutto concluso. Nonostante l’aumento del grado di utilizzo della capacità produttiva disponibile (a livello EU si è passati da un tasso di utilizzazione di poco superiore al 70% nei primi anni ’80, al 90% nel 19954 ), il mix produttivo fra i vari processi installati non appare ancora ottimale rispetto alla domanda di prodotti raffinati e i margini di lavorazione permangono molto bassi. Infatti, i produttori, fino a pochi anni or sono, si attendevano un appesantimento del tipo di greggio da raffinare e un sensibile aumento della quota relativa di consumi di benzine e di prodotti leggeri, anche al fine di soddisfare una domanda sempre più sensibile alle istanze di salvaguardia ambientale. Entrambe queste aspettative non si sono rivelate del tutto corrette, in quanto i quantitativi provenienti dal Mare del Nord e da alcuni importanti fornitori, quali l’Arabia Saudita, hanno mantenuto leggero, mediamente, il tipo di greggio da trasformare, così come la domanda si è orientata in misura maggiore rispetto a quanto previsto verso il gasolio, piuttosto che verso prodotti più leggeri quali le benzine.

In tal modo, gli investimenti in capacità di conversione, effettuati nel periodo di ristrutturazione, si sono rivelati superiori rispetto alle necessità, contribuendo a mantenere in esubero la capacità complessiva di raffinazione. I margini di lavorazione, come riscontrato da una recente relazione della Commissione Europea sulla situazione del settore5 , anche a causa del mix non ottimale fra processi produttivi, restano su livelli bassi. Le singole raffinerie, stando a quanto affermato nel citato documento, riescono talvolta a coprire i costi operativi, ma la semplice copertura di tali costi non è sufficiente per finanziare un adeguato flusso di investimenti nel settore. Su scala europea i consumi sono ormai da tempo in una fase di maturità e, nel prossimo decennio, è prevista una crescita media annua modesta, pari a circa lo 0,5%. Un ulteriore elemento che ha comportato un decremento del livello di redditività del settore è rappresentato dagli investimenti in impianti supplementari di raffinazione per migliorare la qualità di alcuni prodotti, principalmente benzine, che sono stati necessari per uniformare l’offerta alle modifiche della legislazione vigente a salvaguardia ambientale. A questo riguardo, ulteriori chiusure di impianti sarebbero necessarie al fine di riequilibrare il rapporto fra domanda e offerta, ma esse sono ostacolate da una persistente incertezza sull’evoluzione a medio termine della stessa domanda, dai costi connessi alle chiusure (gli oneri di disinquinamento, ad esempio, sono elevati) e dal fatto che alcuni impianti sono stati acquistati da nuovi operatori, spesso di nazionalità extra-europea, mossi dall’obiettivo strategico di introdursi su nuovi mercati. Nonostante tali difficoltà, nel corso degli ultimi mesi, numerosi importanti operatori europei hanno annunciato una serie di chiusure e di fusioni al fine di proseguire nel processo di razionalizzazione.

Il processo di ristrutturazione avviatosi in Europa dopo gli shock petroliferi ha interessato anche l’Italia, determinando, nel periodo 1975-1996, la chiusura di ben dodici raffinerie. La capacità di distillazione primaria è, attualmente, di poco superiore ai 110 milioni di tonnellate annue ed è diminuita di un terzo rispetto alla fine degli anni ’70 e di circa il 20% rispetto a un decennio or sono. Specularmente, si è registrato un aumento del grado di utilizzo degli impianti (dal 67% al 92% fra il 1975 e il 1995). Analogamente a quanto avvenuto in Europa Occidentale, la capacità di conversione è aumentata, in termini sia assoluti che relativi rispetto a quella dedicata alla distillazione primaria. Allo stato attuale, i processi di conversione superano, complessivamente, i 45 milioni annui di capacità e ammontano a quasi la metà della capacità per distillazione primaria. Nonostante la severità degli interventi di ristrutturazione, il sistema italiano presenta tuttora una capacità effettiva sensibilmente superiore alla domanda di prodotti petroliferi (su questo aspetto cfr. oltre tabelle 2 e 3). In particolare, il sistema, si presenta ancora troppo frammentato e caratterizzato della presenza di raffinerie di piccola dimensione. Inoltre, vale anche per lo specifico caso italiano quanto affermato in precedenza per l’Europa Occidentale riguardo alle barriere all’uscita dal settore della raffinazione (causate soprattutto dagli ingenti costi di disinquinamento) e alla necessità di riequilibrare la struttura dell’offerta rispetto ai consumi interni (si veda, in particolare, il già citato caso della persistente necessità di importare olio combustibile in ampie quantità).



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