Siracusa shock: Rimprovera il figlio, genitori rompono costola al professore


Ha rimproverato un alunno e i genitori lo hanno picchiato. I carabinieri hanno denunciato una coppia di genitori di Avola, nel siracusano, per aver preso a calci e pugni l’insegnante di educazione fisica del loro figlio dodicenne. Nella tarda mattinata, i genitori dello studente, lui 47 anni, lei 33 anni, entrambi impiegati, dopo essere stati contattati dal figlio che avrebbe detto di essere stato rimproverato dal docente, hanno aggredito, sotto gli occhi degli altri alunni, l’insegnante, costretto a fare ricorso alle cure dei medici del locale ospedale che gli hanno riscontrato la frattura di una costola.

Scuola e Famiglie: un rapporto conflittuale? La ricerca ha interessato la consultazione di tre testate nazionali (Repubblica, La Stampa e il Corriere della Sera) e si è focalizzata sull’individuazione ed analisi di 178 articoli, nel periodo compreso fra marzo 2016 e marzo 2017, riconducibili ad un problematico rapporto fra scuola e famiglie. Pur risultando difficile operare una categorizzazione precisa delle vicende di cronaca, abbiamo avanzato una proposta di suddivisione dei casi esaminati in cinque nuclei tematici:

Discriminazione e abbandono di alunni diversamente abili 2. Scontri verbali e fisici fra docenti e genitori (e non solo) 3. Presunto abuso di potere da parte dei docenti.

Presunta ingerenza dei genitori nella carriera scolastica dei figli 5. Cattiva e/o mancata comunicazione fra scuola e famiglie Ci teniamo a precisare, che pur avendoli rinvenuti e inseriti nell’Appendice di questa ricerca, non prenderemo in considerazione fatti di cronaca riguardanti abusi e/o violenze sessuali su minori commessi da docenti. 1. Nella dicitura che si riferisce a casi di discriminazione e abbandono (diciannove articoli), abbiamo incluso episodi di cronaca che ci riportano a situazioni in cui la scuola, della cui rete fanno parte anche i genitori degli alunni, ha mancato al suo impegno di salvaguardare, con adeguate risposte, i bisogni speciali di bambini diversamente abili. Come nei casi, ben tre soltanto nel mese di aprile 2016, in cui gli studenti in questione sono stati esclusi dalle gite scolastiche poiché affetti da autismo.

Lo stesso ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, all’epoca dei fatti, avevo dichiarato sui social: «Come madre, prima che come ministro, sono rimasta molto colpita questa settimana da quanto accaduto a Livorno, Isernia e Legnano. Nei prossimi giorni convocherò un incontro al ministero con i rappresentanti degli uffici scolastici di tutta Italia per condividere modelli e strategie di prevenzione di episodi di esclusione. Perché non accada mai più, perché la scuola non lasci nessuno indietro».

In queste vicende la stampa fa emergere come spesso le famiglie degli alunni del gruppo classe siano incapaci di sostenersi e comprendersi a vicenda, fare rete, collaborare per il bene di tutti i bambini. In questa categoria possiamo comprendere anche altre e diverse forme di esclusione, come il caso di un ragazzo rifiutato da una scuola cattolica di Monza, perché omosessuale.2 Vi è poi l’episodio clamoroso per cui, in una scuola elementare di Roma, per decisione del Preside, i bambini che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, sono stati esclusi dalla visione del film “La vita è bella” di Benigni, proiezione scelta per celebrare la Giornata della Memoria. Immediata la reazione dei venti alunni esclusi che tra lamentele e pianti sono stati portati in un’altra aula per “l’ora alternativa”. Incredulo il corpo docente e i genitori che sostengono: “Questo discrimina i nostri figli .

La nostra ricerca ha poi evidenziato otto episodi, seppur circoscritti, in cui il rapporto conflittuale fra docenti e genitori, sfocia in aggressione verbale e fisica. Come scrive, interpretando in tal senso l’accaduto, la giornalista Claudia Brunetto: “Bastano una nota sul registro, un rimprovero o un brutto voto per farli piombare a scuola senza preavviso, pronti a minacciare il prof ‘colpevole’ di avere messo in discussione i loro figli. Sono le mamme e i papà che ‘chiedono conto e ragione’ sui provvedimenti scolastici che non condividono. E lo fanno anche urlando e minacciando” . L’episodio di cronaca, nello specifico, si riferisce al papà di un’alunna frequentante l’Istituto “Karol Wojtyla” di Siracusa che ha picchiato il professore di musica, reo di aver rimproverato la figlia. Una vita da prof, come sottolinea sempre la Brunetto, spesso in “trincea”’, dove guadagnare autorevolezza e rispetto risulta difficile, se dietro ci sono famiglie che non si mostrano disposte a riconoscere ed accettare errori e fallimenti dei propri figli.

Un articolo di fondo del Corriere della Sera tende a dare quest’interpretazione degli episodi esaminati. Come sostiene il prof. Vittorino Andreoli: “La famiglia, come del resto la scuola, non suggerisce più un’idea di autorità, di rispetto, di educazione, di coesione….la scuola è sempre più fonte di conflitto familiare. Specie in situazioni, tutt’altro che rare, in cui c’è un’identificazione molto forte dei genitori con i figli: quasi che il voto basso fosse recepito come un giudizio negativo sulla capacità di essere padri e madri. Tutto ciò si traduce in un aumento della pressione e dell’ansia che compensano la difficoltà di far crescere i figli” . Non mancano poi un paio di tristi episodi in cui, a causa di screzi e incomprensioni nate in ambito scolastico, sono gli stessi genitori che, accorrendo in difesa dei figli, arrivano ad attaccare, non solo verbalmente, altri genitori.

Gli episodi di violenza verbale e fisica sono spesso riconducibili a quelli che i quotidiani ci sembrano considerare come una diffusa e crescente ingerenza da parte dei genitori nella carriera scolastica dei figli, che più che sentinelle, divengono veri e propri “spazzaneve” , pronti a intervenire al primo ostacolo, errore, caduta dei propri figli. Ricorsi per presunte ingiuste bocciature, scenate per un brutto voto o un rimprovero, sono solo alcuni esempi in cui assistiamo ad una crescente “svalutazione” della scuola e di superficiale complicità con i figli da parte delle famiglie7 . In merito alle bocciature cresce costantemente il tasso di vertenzialità delle famiglie nei confronti delle scuole e i ricorsi sono in aumento. Mario Maviglia, dirigente dell’USR Lombardia sostiene: “Oggi è quasi certo che per qualsiasi bocciatura si ricorrerà al giudice amministrativo nella speranza di vedere corretta o modificata una valutazione considerata ingiusta”.

Menzione a parte merita la lettera virale del padre di Varese che ha deciso di non far fare i compiti delle vacanze al figlio e che dichiara: “Voi avete nove mesi per dargli nozioni e cultura, io tre mesi per insegnargli a vivere.” Anche in questo caso menzioniamo l’interpretazione di un esperto, il pedagogista della Bicocca di Milano, Raffaele Mantegazza: “Mi preoccupa il ragazzino, con un padre incapace di gestire i conflitti. I figli devono vedere che i genitori, davanti a un problema, lo risolvono confrontandosi con gli altri adulti di riferimento, facendo valere le proprie ragioni”. Sulla scia di questo genitore, nella stessa città, novanta mamme hanno presentato lo scorso anno una petizione al sindaco Davide Galimberti “affinché porti al Ministero dell’Istruzione il progetto di una nuova scuola sperimentale in cui non si diano voti e, soprattutto, non ci siano compiti a casa (sostituiti dal tempo pieno)”.

In questo scenario, viene dato rilievo alla notizia relativa alla decisione di Maurizio Lazzarini, preside del liceo scientifico “Fermi” di Bologna, che ad inizio dello scorso anno scolastico ha inviato ai suoi 1500 studenti una lettera di benvenuto contenente un decalogo per far fallire la scuola. “Evitare di parlare coi docenti, sostituirsi ai figli, giustificarli sempre e comunque, non premiare i loro sforzi, non ascoltarli quando parlano di sé e dei loro problemi”. Sono solo alcuni dei punti provocatoriamente inseriti in una Carta per i genitori che intende far riflettere sul delicato tema della necessaria collaborazione e rispetto dei reciproci ruoli. Rientrano in questa categoria 12 articoli.

Vi sono poi diversi episodi (tredici) che emergono dalla lettura di fatti di cronaca, in cui le famiglie lamentano un abuso di potere del ruolo educativo di docenti e dirigenti. Come nel caso verificatosi a marzo 2016 al liceo “Virgilio” di Roma, dove ad organizzare un mini-corso di prevenzione all’uso di droghe, è stata chiamata la “Fondazione per un mondo libero dalle droghe”, costola della Chiesa di Scientology. Immediata la protesta dei genitori degli alunni che hanno accusato la scuola di proselitismo. Come ancora nei casi in cui nella scuola dell’infanzia “Perone” di Bari si è arrivati a decidere di fare la recita di Natale a porte chiuse o alla polemica sulla circolare dell’Istituto Alberti che ha limitato la partecipazione alla presentazione di un libro, soltanto per coloro i quali avevano acquistato il libro. C’è poi un asilo comunale di Milano, che ha deciso, nel rispetto delle famiglie arcobaleno, di non preparare nessun lavoretto per la festa del papà, scatenando le proteste dei genitori. Casi in cui la scuola ha forse peccato di “presunzione”, prendendo decisioni e iniziative che probabilmente andrebbero concertate con le famiglie. 5. Nella cattiva e/o mancata comunicazione fra scuola e famiglia e fra genitori, emerge in tutta la sua criticità nei sette articoli esaminati, il ruolo che gli strumenti social assumono nelle relazioni interpersonali. Ad un’attenta lettura dei quotidiani, ad essere “incriminati” sono soprattutto i gruppi

Whatsapp di classe. In un articolo di Repubblica leggiamo le dichiarazioni di Laura Barbirato, preside dell’Istituto comprensivo Maffucci di Milano, “che ha mandato una lettera a tutti i genitori per metterli in guardia sull’uso scorretto di questi gruppi e ha convocato un’assemblea ad hoc sul tema. «In chat – spiega – questioni nate dal nulla possono trasformarsi in problemi enormi. Sono una cassa di risonanza micidiale e pericolosa: in tanti scrivono con leggerezza, senza riflettere sulle conseguenze». Gli argomenti dibattuti sono vari e spaziano dall’ innocua e utile richiesta di compiti e delucidazioni didattiche, alla più pericolosa caccia agli “untori” nel caso di epidemia di pidocchi, fino ad arrivare alla critica aperta e diretta agli insegnanti. Un’arma a doppio taglio insomma, che anziché unire, divide e fomenta gli animi. Menzione a parte merita il registro elettronico, strumento nato allo scopo di favorire un rapporto di trasparenza fra scuola e famiglia. Oltre a digitalizzare e semplificare la prassi burocratica scolastica, l’accesso al registro consente ai genitori di verificare in tempo reale voti e assenze dei propri figli. Purtroppo questo strumento, nato anche allo scopo di combattere le diserzioni, non sempre si rivela così efficace. “A volte sono gli stessi genitori a coprire i figli – dichiara Angela Drago, professoressa di Storia e filosofia al linguistico Ninni Cassarà – Nel senso che i ragazzi alla fine confessano di non essere entrati a scuola, tanto prima o poi i genitori lo scoprono. Allora preferiscono farseli alleati” . Per questo il dialogo personale con le famiglie resta l’unica via percorribile per riuscire a stabilire quella alleanza necessaria a garantire il successo scolastico e personale dei nostri ragazzi.



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