Trapani, Banca di Credito Cooperativo sotto sequestro per mafia e massoneria


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Un vero terremoto politico-burocratico quello avvenuto nelle scorse ore in Sicilia e nello specifico a Paceco, un comune della provincia di Trapani, dove la Banca di Credito Cooperativo è stata posta sotto sequestro per mafia ed ora proseguirà la sua attività sotto amministrazione giudiziaria. E’ questo il provvedimento scattato nella giornata di ieri a seguito di un’indagine del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Palermo da cui sarebbero emersi dei collegamenti con soggetti legati alla criminalità organizzata. Sarebbero stati prelevati centoventimila euro in contanti dalla cognata di un collaboratore di giustizia senza che nessuna segnalazione venisse inoltrata alla Banca D’Italia, conti correnti intestati a nomi di fantasia e legami nemmeno tanto nascosti con soggetti legati a Cosa Nostra.

E’ questo quanto avvenuto a Paceco, dove la mafia era praticamente riuscita a infiltrare una banca intera. Oltre alla sede di Paceco, l’Istituto che è stato affidato all’amministratore giudiziaria Andrea Dara e a Pricewaterhouse Coopers, ha complessivamente cinque filiali tra Trapani, Marsala, Dattilo e Napola. “Il provvedimento del tribunale di Trapani, che accoglie una nostra istanza, prosegue la linea che da tempo perseguiamo e che punta sul rafforzarsi delle indagini finanziarie, sulla ricerca dei flussi illeciti e sull’approfondimento degli strumenti finanziari leciti e illeciti che usa la criminalità organizzata”, ha dichiarato il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, che ha coordinato l’indagine condotte dal colonnello Francesco Mazzotta della guardia di finanza e coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Bernardo Petralia. Il primo nome finito sul tavolo dei magistrati è quello Filippo Coppola, detto ‘u professuri (il professore ndr), condannato nel 2002 per associazione di stampo mafioso, colpito più volte da procedimenti di sequestro; pare che questo avesse chiuso, almeno in via ufficiosa, i suoi conti, ma per gli inquirenti, questo avrebbe continuato ad avere rapporti con l’Istituto di credito.

Stando a quanto è emerso dalle indagini, dunque, la banca avrebbe subito l’ingerenza e la presenza della famiglia Coppola, legata a cosa nostra. Inoltre, stando a quanto contenuto nei rapporti di Banca d’Italia e Guardia di Finanza, tra il 2002 ed il 2014 la banca di Paceco avrebbe avuto circa 1600 soci tra i quali 357 con precedenti penali, 11 dei quali con precedenti per mafia. “Con l’amministrazione giudiziaria della Banca di credito cooperativo ‘Pietro Grammatico’ di Paceco si rimetterà la gestione della banca in ordine, e in questo modo si tuteleranno principalmente i correntisti sani”, spiegano ancora gli inquirenti.“La Bcc di Paceco è stata amministrata da soggetti in contatto con ambienti legati alla criminalità organizzata o da personaggi vicini alla #Mafia che, di fatto, hanno controllato ed indirizzato le scelte operative della banca”, ha detto il procuratore Lo Voi, nel corso della conferenza stampa convocata per fornire i dettagli dell’operazione.

Le operazioni sono scattate alle 14. L’amministrazione giudiziaria, che durera’ sei mesi, prorogabili di altri sei, e’ stata affidata congiuntamente ad Andrea Dara e alla Price Water Cooper. Contestati ripetute violazioni della normativa antiriciclaggio, il mancato rispetto degli esiti delle ispezioni effettuate dalla Banca d’Italia nel 2010 e nel 2013 e soprattutto “indizi gravi di infiltrazione da parte della criminalita’ organizzata”.

Il provvedimento e’ stato eseguito dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Trapani su richiesta della Dda di Palermo, guidata da Francesco Lo Voi. Le indagini sono state coordinate dal procuratore aggiunto Bernardo Petralia e condotte dai militari del nucleo di polizia valutaria, Francesco Mazziotta. Alla conferenza stampa presente anche il comandante provinciale della Guardia di Finanza, a Giancarlo Trotta. Si tratta di un provvedimento, ha spiegato Lo Voi, che scatta “quando di ritiene che una impresa possa essere coinvolta in contatti e attivita’ con la criminalita’ organizzata”.

L’istituto ha sede a Paceco e filiali anche a Marsala e Trapani.

Le attivita’ investigative hanno tratto spunto dai rapporti che la Banca di credito cooperativo ‘Sen. Pietro Grammatico’ “ha intrattenuto e continua ad avere”, spiegano gli inquirenti, con il mafioso Filippo Coppola, e i suoi familiari.

‘U professuri’, gia’ condannato nel 2002 per associazione a delinquere di stampo mafioso, ritenuto elemento di spicco di Cosa nostra nell’ambito della cosca mafiosa di Paceco – nonche’ figlio di Giacomo Coppola (detto Gino), a casa del quale nel 1996 si svolse, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia vincenzo sinacori, un summit tra matteo messina Denaro, Giovanni Brusca, e Nicola Di Trapani – e’ stato negli anni destinatario di diversi sequestri di beni e nel mese di aprile di una confisca emessa nell’ambito di un procedimento di prevenzione. Ritenendo necessario sottoporre l’istituto di credito a un piu’ ampio monitoraggio, sono stati quindi avviati ulteriori approfondimenti, anche utilizzando lo speciale software di analisi “Molecola”, implementato dal Servizio centrale investigazione criminalita’ organizzata della Guardia di finanza, nei confronti della compagine sociale, degli organi amministrativi e di controllo e della clientela, che hanno poi consentito di individuare, tra le migliaia di posizioni esaminate, ulteriori soggetti con precedenti attinenti alla criminalita’ organizzata, o persone a loro collegate, che hanno avuto, e che intrattengono tuttora, rapporti con la banca. Sulla base degli elementi emersi, sono state effettuate acquisizioni documentali e sentite persone informate sui fatti, attivita’ che hanno permesso di far ritenere che il libero esercizio dell’attivita’ bancaria fosse inquinato dalla criminalita’ organizzata. “Questo strumento – spiega la Guardia di finanza – previsto dalla legislazione antimafia, puo’ essere attivato nei confronti di qualsiasi attivita’ economica quando ricorrono sufficienti elementi per ritenere che il libero esercizio dell’impresa agevoli l’attivita’ di persone nei cui confronti e’ stata applicata una misura di prevenzione o che siano sottoposte a procedimento penale per alcuni gravi reati, tra i quali l’associazione a delinquere di stampo mafioso”.



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